• Stefania Lusetti

Il privilegio di essere figlio unico

(ovvero se il figliol prodigo avesse amministrato meglio le sue finanze)



Credo che tutti conoscano la parabola del figliol prodigo, ma, voglio comunque riassumerla brevemente.

Un figlio, dopo aver lasciato la casa paterna e aver sperperato la sua eredità, torna pentito dal padre che lo perdona e organizza per lui una grande festa.

Il figlio maggiore, leale e rispettoso, vuole sapere perché a lui non sia mai stato riservato un trattamento di favore simile. Il padre risponde che apprezza molto quanto ha fatto fino ad ora, ma in quel momento era giusto festeggiare il figlio ritrovato.

In questa parabola emergono i più alti valori cristiani, ovvero il perdono e il pentimento. Decisamente nobile e maturo pentirsi per un errore fatto, ancora più nobile perdonare e dimenticare il torto subito.

Ma se la storia avesse avuto come protagonista un figlio meno dissennato e più saggio che avesse amministrato meglio le sue finanze, cosa sarebbe accaduto?

Sarebbe tornato a casa pentito?

Avrebbe chiesto a suo padre di essere trattato come un suo salariato?

Non credo.

Credo invece che il figliol prodigo non sarebbe diventato tale.

Avrebbe continuato a vivere lontano dalla famiglia e sarebbe ricomparso alla morte del padre, probabilmente per chiedere nuovamente una parte di eredità.

Il fratello maggiore, invece, oltre ad aver accudito il genitore nei momenti più difficili, avrebbe dovuto organizzare il funerale, occuparsi delle pratiche burocratiche (perché sono convinta che la burocrazia sia nata più o meno con la nascita delle prime città), pagare oneri e gabelle, liberare le stanze del genitore da abiti e mobili, magari ridimensionare l’attività, buttare il vecchio e inutilizzato aratro che il vecchio voleva tenere a tutti i costi perché era un ricordo irrinunciabile.

In pratica il probo fratello maggiore si sarebbe ritrovato « cornuto e mazziato ».

Con tutta l’onestà possibile, si può sostenere che il secondogenito si sia ritrovato in seria difficoltà e abbia fatto la scelta più conveniente. Forse sapeva che il padre l’avrebbe perdonato perché, probabilmente, sapeva di essere il figlio prediletto.


Partendo dalla mia esperienza personale devo ammettere che sono stata fortunata ad avere il fratello che ho e credo che lui pensi la stessa cosa di me.

Ma tutte le famiglie possono dire altrettanto?

Molto spesso alla morte dei genitori, il collante che ha tenuto saldi i rapporti si sgretola e gli scenari cambiano.

Ritengo superfluo specificare in che modo.

E da qui il titolo di questo post.

Vero è che un figlio unico, dopo aver goduto il privilegio di avere tutto per sé, dovrà accollarsi problemi, malattie e lutti da solo, ma avrà il non piccolo vantaggio di evitare discussioni, biasimi, rimproveri e una buona dose di sangue amaro.

Che non me ne abbiano i sostenitori delle famiglie numerose.


Incisione di Albrecht Durer "Il figliol prodigo", 1496