• Stefania Lusetti

Una brutta firma


Queste poche parole all’indomani della firma del contratto editoriale che mi permetterà di veder pubblicato il mio terzo romanzo, attualmente in fase di editing.

Non cambierà la mia vita. I lettori saranno pochi, gli amici si complimenteranno, i nemici criticheranno. Le vendite saranno pressoché inesistenti, ma un autore scrive per essere letto, quindi è inevitabile contattare case editrici, rimanere delusi dai rifiuti e, ancor più, dalle mancate risposte.

E poi, quando si riceve una semplice lettera di un velato apprezzamento si diventa euforici, anche se questo stato di grazia dura poco. Molto poco.


 

Osservo la mia firma. E’ incerta, inutilmente svolazzante, senza personalità, decisamente brutta.

Guardo quei fogli e vorrei cestinarli, ristamparli e rifirmarli, ma non cambierebbe nulla.

La firma rimarrebbe sempre pessima.

Rileggo le clausole e mi soffermo sui miei dati. Sono corretti.

Scorro velocemente i primi sei punti. Li avevo già controllati e non mi sembrano variati.

Ho deciso, eppure indugio.

Strano. Non pensavo fosse così difficile separarsi.

Non è la prima volta che percorro quei passi, ma oggi è più difficile.

Sarà l’età, mi dico.

Ricontrollo l’ennesima volta e passo alle pagine destinate alla privacy. Le scorro superficialmente. Il “burocratese” non mi piace, ma è un passo indispensabile per suggellare il patto.

Osservo nuovamente la mia firma.

Sarà brutta, ma è parte di me.

Sospiro.

“E’ fatta!” mi dico.

Ciò che io chiamo “il figlio del covid” è pronto a lasciare il nido.

Scansione il tutto, preparo un messaggio elettronico, ringrazio per l’opportunità e clicco il tasto “invia”.

Mi aspettano mesi di lavoro e, probabilmente, “il figlio del covid” cambierà un po’ pelle, ma sarà sempre parte di me.

E’ il mio romanzo e verrà pubblicato.

Una brutta firma per un bel sogno